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La dea primordiale, la Grande Madre venerata agli albori della nostra civiltà, è sempre viva e continua a esistere come archetipo nell’inconscio collettivo.
L’archeologa Marija Gimbutas chiamò “Vecchia Europa” la prima civiltà del nostro continente. Un tempo remoto, che si estende dai 25.000 ai 5.000 anni fa, prima che le religioni patriarcali prendessero forma. Era una cultura matrifocale, pacifica e creativa, fatta di comunità stanziali che vivevano in armonia con la terra e con il mare, nutrendosi di arte e di riti. Al centro del loro immaginario sacro regnava la Grande Dea.
La Dea aveva molti nomi: Astarte, Ishtar, Inanna, Iside, Nur. Era colei che dà vita e colei che la toglie, madre generatrice e potenza distruttrice. I suoi simboli erano antichi e potenti: il serpente, custode delle profondità; la colomba, messaggera di pace; l’albero, asse del mondo; la luna, volto cangiante del tempo e del mistero.
Ma tra il 4.500 e il 2.500 a.C. le invasioni dei popoli indoeuropei portarono un radicale mutamento. La Grande Dea venne spodestata: da sovrana assoluta divenne sposa sottomessa agli dèi guerrieri degli invasori. Per la prima volta, nei miti, comparvero la violenza carnale e l’eroe maschile che uccide il serpente — l’antico emblema della Dea. Il potere femminile fu oscurato, e il suo regno trasformato in eco.
Eppure la Grande Dea non scomparve. Continuò a vivere come archetipo nell’inconscio collettivo, simbolo della fertilità inesauribile e della forza distruttiva della natura. Più profonda e antica di ogni altro archetipo, la sua immagine porta con sé un potere che può generare meraviglia e timore, nutrire visioni o evocare paure primordiali.
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Il suo richiamo è tanto forte da evocare paure irrazionali e distorcere la realtà. Può accadere, per esempio, che un uomo “scambi” la propria donna per la Grande Dea e si convinca che la sua vita dipende da quel legame. La perdita di tale rapporto è così devastante da spingere in qualche caso l’uomo all’annientamento di sé.
Per saperne di più:
Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Roma, Venexia, 2008
Immagine: MahaDevi asana

