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Dea della caccia e della luna, Artemide ebbe una natura duplice: tenera e soccorritrice nelle vesti della divinità invocata dalle partorienti, competitiva e selvaggia nei panni dell’implacabile arciera. Artemide incarna lo spirito femminile indipendente.
Immagine e simboli
Dea della caccia e della luna, Artemide correva libera nei boschi, slanciata e luminosa, figlia di Zeus e di Leto. Vagava tra montagne e radure, accompagnata da ninfe selvatiche e da mute di cani veloci, con l’arco d’argento pronto e la faretra colma di frecce. La sua mira era infallibile: nessuna preda sfuggiva allo sguardo acuto della dea.
Come signora della luna, era raffigurata con una torcia accesa tra le mani, il capo incoronato di stelle e di falci d’argento. Era custode della vita selvatica, protettrice degli animali piccoli e vulnerabili: il cervo, la daina, la lepre, la quaglia. La leonessa ne simboleggiava la regalità fiera, mentre l’orso feroce ne rifletteva il volto oscuro e distruttivo.
Dea del parto
Il mito narra che sua madre, Leto, perseguitata dalla collera di Era, fu condannata a non trovare mai terraferma su cui partorire. Solo l’isola errante di Delo, sospesa sul mare, accolse il parto divino. Artemide nacque per prima e, appena venuta alla luce, si fece subito soccorritrice, aiutando la madre a dare alla luce il gemello Apollo. Per questo fu venerata anche come dea del parto, invocata dalle donne come “colei che soccorre nel dolore, pur restando intatta dal dolore”.
Ma il suo legame con la nascita restava ambiguo e inquietante. Artemide protegge le partorienti, ma la sua protezione è doppia e pericolosa: evocando il suo nome si entra nella zona d’ombra in cui il parto è insieme promessa di vita e rischio di morte. Nelle città degli uomini ingiusti – racconta Callimaco – le donne possono morire colpite dai suoi stessi dardi. Per concessione di Zeus, infatti, la dea possedeva il potere di decidere chi avrebbe potuto sopravvivere e chi invece sarebbe caduta sotto la sua implacabile volontà.
Orione
Vergine fiera, difese sempre la propria castità, eppure il mito racconta che il suo cuore si accese una sola volta per Orione, il cacciatore forte e libero, compagno delle sue corse selvatiche. Ma l’amore non seppe spegnere il fuoco della competizione: il loro legame finì in tragedia, e Artemide stessa, per volontà o per errore, causò la morte dell’amato. Zeus, mosso a pietà, innalzò Orione e il suo cane fedele, Sirio, nel cielo, trasformandoli in costellazioni eterne.
Così Artemide resta per sempre figura doppia: dea implacabile e tenera custode, fiera cacciatrice e silenziosa soccorritrice, vergine e amante, luce lunare e ombra selvaggia.
La Donna Artemide
La donna Artemide, come la dea che la ispira, incarna lo spirito femminile indipendente. È intera in sé stessa, completa, capace di bastarsi senza bisogno di conferme esterne. La sua energia è tesa alla meta: sceglie un obiettivo e vi si concentra con fermezza, senza lasciarsi distrarre da ciò che non è essenziale.
Come nella leggenda, il legame con il padre resta decisivo. Zeus, che sostenne la figlia cacciatrice, rappresenta quell’approvazione paterna che consente alla donna Artemide di competere e di affermarsi senza conflitto. Se tale sostegno manca, dentro di lei si apre invece una frattura: dubbi, auto-sabotaggi e un sotterraneo senso di inadeguatezza ne possono ostacolare il cammino.
L’archetipo di Artemide si manifesta ogni volta che una donna ritrova il contatto con la propria essenza selvatica: camminando sola tra i boschi, dormendo sotto il cielo stellato, contemplando l’orizzonte marino. È in quei momenti che riconosce la propria unità con la natura, riscoprendo la libertà e la forza di vivere fuori dalle mura domestiche. Così, quando una donna parte per un viaggio o si mette in cerca di nuovi modelli femminili, è Artemide che la guida.
Dea circondata da ninfe, Artemide rivive nelle donne che coltivano sorellanza e amicizie femminili, spesso assumendo il ruolo di guida o sorella maggiore. L’archetipo resta vivo anche nella maturità: la donna Artemide non smette mai di lottare per ciò in cui crede e il suo slancio giovanile non si spegne con l’età.
Eppure, la sua forza ha anche un lato ombroso. Artemide disprezza la vulnerabilità e si lega a un uomo solo finché lo può inseguire: nel momento in cui egli rivela bisogno, la sua attrazione si dissolve. È la freddezza della luna, l’indifferenza della dea lunare, che qui si riflette.
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Aspetto distruttivo
L’aspetto distruttivo dell’archetipo si incarna nel cinghiale selvatico, animale sacro alla dea. Quando Artemide veniva offesa, scatenava il cinghiale caledonio: bestia implacabile dagli occhi di fuoco, con setole come lance e zanne d’avorio, che devastava campi e greggi, portando caos e rovina. Così anche la donna Artemide, se ferita, può trasformarsi in una forza devastatrice.
Immagine: Akarna Dhanurasana

