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L’Imagery nella prospettiva junghiana:il linguaggio degli archetipi

2025-12-16 08:00

Fondazione Yoga Sestri Levante

Dee greche, Simboli e iconografia, Rituali e pratiche, Archetipi e psicologia, immaginazione-attiva, carl-gustav-jung, imagery, trasformazione-interiore, psicologia-archetipica, archetipi,

L’Imagery nella prospettiva junghiana:il linguaggio degli archetipi

Le immagini interiori non sono fantasie arbitrarie, ma linguaggio vivo dell’inconscio. Entrare nell’Imagery significa ...

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Le immagini interiori non sono fantasie arbitrarie, ma linguaggio vivo dell’inconscio. Entrare nell’Imagery significa incontrare gli archetipi che danno forma alla nostra psiche.

 

Quando Carl Gustav Jung parlava di immaginazione, non la intendeva come una semplice fuga nella fantasia. Al contrario, la considerava una funzione psichica fondamentale, un ponte che collega la coscienza all’inconscio. In questa visione, l’immaginazione non è evasione, ma rivelazione: attraverso le immagini, la psiche prende parola e ci invita a un dialogo con le sue profondità.

 

Immaginazione attiva: un dialogo con l’inconscio

 

Nella sua pratica clinica, Jung elaborò la tecnica dell’“immaginazione attiva”, uno strumento che permette di lasciar emergere le immagini interiori, non per controllarle, ma per incontrarle. Queste immagini non sono meri prodotti della mente individuale: appartengono anche a un livello più profondo, quello dell’inconscio collettivo, dove risiedono gli archetipi.

Gli archetipi sono forme universali dell’esperienza umana: figure come la Madre, l’Eroe, l’Ombra, o il Vecchio Saggio. Quando si presentano in sogni, visioni o immagini, non portano soltanto un messaggio personale, ma attivano forze che hanno radici nell’umanità intera. L’Imagery, in questa prospettiva, diventa allora un incontro con queste potenze simboliche, un’occasione di trasformazione che riguarda sia l’individuo sia la sua appartenenza a una storia più grande.

 

Le Dee come archetipi viventi

 

Se applichiamo questa prospettiva al mito greco, le divinità olimpiche non appaiono più come antiche leggende, ma come immagini archetipiche che continuano a vivere dentro di noi. Atena incarna l’intelligenza strategica, Afrodite la potenza dell’eros, Artemide la libertà indomita, Demetra la forza materna e nutriente.

In un percorso che intreccia Yoga e Imagery, evocare una di queste figure non significa giocare a “fare finta”, ma incontrare un aspetto della propria totalità che chiede riconoscimento. La postura corporea diventa così un contenitore per l’immagine, un gesto che radica l’archetipo nella materia vivente.

 

Dall’immagine al corpo, dal corpo all’immagine

 

L’esperienza immaginativa non resta sospesa in un mondo astratto, ma prende corpo. Allo stesso tempo, il corpo non è più solo fisicità, ma si apre come spazio simbolico. Questo movimento reciproco — dal corpo all’immagine e dall’immagine al corpo — è il cuore della pratica integrata tra Yoga e Imagery.

L’immaginazione junghiana ci invita a considerare ogni immagine interiore come un soggetto vivo, capace di insegnarci qualcosa di noi stessi. Attraverso lo Yoga, queste immagini trovano un terreno concreto in cui manifestarsi, trasformando la pratica in un vero e proprio rito di integrazione psichica.

 

Una via verso l’interezza

 

Per Jung, la finalità ultima di questo dialogo con le immagini era l’individuazione, ossia il processo di diventare pienamente se stessi, integrando le diverse parti della psiche. 

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L’Imagery, vissuta nella prospettiva junghiana, non è dunque una tecnica accessoria, ma una via di trasformazione: un linguaggio dell’anima che, incarnato nel corpo, accompagna l’essere umano verso la sua interezza.

 

 

 

 

 

Immagine: C. G. Jung – Un ritratto immaginativo, tra psiche e simbolo.

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