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L’Imagery non ci chiede di spiegare le immagini, ma di abitarle: è un esercizio dell’anima che ci trasforma mentre ci lasciamo trasformare da esse.
È James Hillman, allievo di Jung e fondatore della cosiddetta “psicologia archetipica”, ha spostato il centro dell’attenzione: non più soltanto la relazione tra coscienza e inconscio, ma il riconoscimento dell’autonomia delle immagini stesse. Per Hillman, l’immaginazione non è uno strumento al servizio dell’Io, ma un mondo in sé, una dimensione viva che merita di essere ascoltata.
Restituire dignità alle immagini
La critica hillmaniana alla psicologia tradizionale è chiara: troppo spesso le immagini vengono ridotte a segni da decifrare o a sintomi da eliminare. In realtà, esse hanno una propria “dignità ontologica”. Non vanno interpretate come codici da tradurre, ma incontrate come presenze reali.
Quando sogniamo o pratichiamo Imagery, ciò che appare non è una maschera dietro cui si nasconde qualcos’altro: è la realtà psichica stessa che si manifesta. Hillman ci invita, quindi, a sostare nell’immagine, a dialogare con essa, a lasciare che riveli il suo senso senza forzarla entro categorie troppo strette.
Le Dee come figure autonome
In questa prospettiva, le divinità olimpiche – Atena, Afrodite, Artemide, Demetra – non sono semplici proiezioni di parti della psiche, ma figure autonome del “politeismo dell’anima”. Hillman usa spesso questa espressione per descrivere la pluralità interiore che ci abita: l’anima non è unitaria, ma popolata da molte voci, molte immagini, molte divinità.
Quando una di queste figure si presenta nell’Imagery, non dobbiamo ridurla a metafora o spiegazione razionale. Al contrario, dobbiamo accoglierla come presenza viva, come interlocutore che porta con sé un messaggio e una qualità specifica dell’anima.
Il ruolo del corpo: l’immagine incarnata
Lo Yoga, in questo contesto, diventa il terreno su cui l’immagine si incarna. L’asana non è soltanto un gesto fisico, ma uno spazio simbolico che ospita la divinità interiore. La postura di forza e stabilità può diventare luogo di incontro con Atena; un movimento fluido e aperto può dare forma ad Afrodite.
Questa integrazione permette all’immagine di non restare confinata nel mondo psichico, ma di entrare nel corpo, trasformando il praticante in teatro vivente dell’anima.
L’anima come pluralità d’immagini
Hillman ci ricorda che la salute psichica non coincide con l’unità e il controllo, ma con la capacità di dialogare con la molteplicità.

L’Imagery, letta in questa prospettiva, diventa allora una pratica di ospitalità interiore: un esercizio per dare voce alle immagini, senza annullarle né ridurle.
Yoga e Imagery, insieme, offrono uno spazio privilegiato per questa esperienza: il corpo radica l’immagine, l’immagine anima il corpo. Ciò che nasce non è un cammino lineare verso un centro unico, ma un orizzonte plurale, in cui ogni figura interiore trova posto e dignità.
Immagine: James Hillman – Un volto poetico, emerso dall’anima delle immagini.

