
Rielaborazione da: Giasone e Medea di John William Waterhouse
Tradita da Giasone, Medea porta la vendetta fino all’annientamento di ogni legame. Ma Euripide ne fa anche una delle voci femminili più lucide e inquietanti dell’antichità.
Non ci sarà mai un’altra Medea. Le madri non chiameranno mai le figlie con questo nome. Tu sarai sola, fino alla consumazione dei secoli, come in questo istante
(Jean Anouilh, Medea, 1946)
Da più di duemila anni, il nome di Medea abita una zona di inquietudine assoluta: madre e infanticida, straniera e sapiente, vittima e carnefice. Intorno a lei si raccoglie uno dei nodi più difficili del mito greco: cosa accade quando il legame amoroso e quello materno entrano in collisione con la rabbia, il tradimento, l’umiliazione?
Origini del mito
Medea non compare nei poemi omerici, ma la sua storia è antica. La genealogia che la lega ad Helios, dio del sole, compare nella Teogonia di Esiodo, dove si accenna anche alla sua natura “altra”, quasi immortale. È figura liminale fin dall’origine: non solo donna, non solo maga, non solo umana.
Quando Euripide mette in scena la sua Medea nel 431 a.C., il pubblico ateniese non gradisce. Alle Grandi Dionisie, il tragediografo viene relegato al terzo e ultimo posto. Il motivo non è estetico, ma etico e politico: la soluzione del dramma – una madre che uccide deliberatamente i propri figli per vendicarsi del tradimento del marito – viene percepita come intollerabile.
Euripide osa ciò che nessuno aveva ancora osato: esaltare la vendetta portandola fino alla distruzione dei legami più sacri, quelli tra madre e figli. Un crimine che né la legislazione né la speculazione filosofica dell’epoca potevano in alcun modo giustificare. Eppure, proprio per questo, la sua Medea scuote le coscienze, e sarà amatissima nel periodo ellenistico: la sua umanità priva di alone eroico risuona con la vita di un’Atene che ha ormai perduto il proprio ruolo egemonico.
Prima di Euripide: la fabula di Medea
Prima della tragedia euripidea, Medea possiede già un passato mitico. È una figura oscura e potente: forse antica dea primitiva, forse regina di un remoto passato, certamente maga leggendaria.
È la donna che aiuta Giasone a conquistare il Vello d’oro, tradendo la propria famiglia. Per lui si macchia di delitti atroci: provoca la morte del fratello, fatto a pezzi per rallentare la fuga del padre, e quella di Pelia, re di Iolco, che Medea riesce a far uccidere dalle stesse figlie convincendole, con l’inganno, a bollirlo vivo nella promessa di restituirgli la giovinezza.
Eppure, non era ancora la madre che uccide i propri figli. La Medea di Euripide è una creazione nuova, radicale. Conserva solo in parte la fama di maga: è la sua sapienza – non la magia spettacolare – a definirla. Euripide avrebbe potuto giocare sul tema della follia amorosa; invece, la sua Medea è lucida fino alla ferocia. Non prova nemmeno a riconquistare Giasone: non seduce, non supplica. Decide.
La domanda insopportabile: cosa c’entrano i figli?
Il dramma è costruito su una domanda che Euripide mette in bocca alla nutrice, fin dall’inizio:
“Cosa c’entrano i figli con la colpa del padre?”
I bambini diventano da subito il centro oscuro della tragedia: oggetto di un odio inconcepibile, e tuttavia possibile. Il coro stesso richiama un precedente mitico: la storia di Ino, madre suicida e infanticida resa folle da Era.
Una sola donna, una soltanto,
in tempi antichi
osò levare la mano sui propri figli:
era Ino, colpita da follia
quando la sposa di Zeus la scacciò dalla sua casa
e la costrinse a vagare.
Si gettò in mare, infelice,
dopo l’empia strage dei figli:
insieme ad essi trovò la morte.
Medea, invece, non è colpita da follia divina. Il suo progetto è lucidissimo: fare terra bruciata intorno a Giasone, lasciarlo solo, senza eredi, senza affetti, senza futuro. La tragedia porta alle estreme conseguenze l’ideologia greca dei ruoli di genere, e Medea li attraversa entrambi. Come donna, “incapace di belle azioni ma nelle arti del male molto esperta”, ricorre all’inganno, alla finzione, alla conoscenza di veleni e segreti; ma come un guerriero è spietata, inflessibile, pronta ad annientare il nemico.
Giasone, al contrario, appare come il prototipo del maschio opportunista e miope. Medea ha ragione quando gli rinfaccia che senza di lei non sarebbe mai riuscito nelle sue imprese. Lui l’ha usata finché è stata utile, per poi sostituirla con una moglie più adatta alle nuove ambizioni: insediarsi nell’élite di Corinto, da straniero quale era. Non solo prende una nuova sposa giovane e ricca, ma avalla anche il decreto di espulsione del re contro Medea e i figli.
La vendetta di Medea è atroce. Ma è anche la risposta di una straniera tradita, cancellata, espulsa, che rifiuta di accettare il ruolo di scarto silenzioso del desiderio maschile.
«Di tutte le creature…»: la voce di una donna
Euripide crea una figura di fierezza eccezionale, capace di dominare gli altri come sé stessa, dotata di un sapere che incute insieme timore e invidia. E le affida una delle più lucide denunce della condizione femminile che l’antichità ci abbia trasmesso.
Di tutte le creature che hanno anima e cervello,
noi donne siamo le più infelici; per prima cosa
dobbiamo, a peso d’oro, comprarci un marito,
che diventa padrone del nostro corpo – e questo è il male peggiore.
Ma c’è un rischio più grande: sarà buono o cattivo?
Separarsi è un disonore per le donne,
e rifiutare lo sposo è impossibile.
Se poi vieni a trovarti tra nuove usanze
e abitudini diverse da quelle di casa tua,
dovresti essere un’indovina per sapere
come comportarti con il tuo compagno.
Se ci riesci, e le cose vanno bene
e il marito sopporta la convivenza di buon grado,
la vita è bella; se no, meglio morire.
Quando si stanca di stare a casa,
l’uomo può andarsene fuori
e vincere la noia in compagnia
di coetanei o di amici:
noi donne invece dobbiamo restare
sempre con la stessa persona.
Dicono che viviamo in casa, lontano dai pericoli,
mentre loro vanno in guerra: che follia!
È cento volte meglio imbracciare lo scudo
piuttosto che partorire una volta sola.
Qui Medea parla non solo per sé, ma per tutte le donne della polis. E questa è una delle grandi contraddizioni della tragedia: in scena ci sono soltanto uomini, il coro delle donne corinzie è formato da uomini travestiti e probabilmente le donne reali non siedono neppure tra il pubblico.
Eppure, in un teatro fatto da uomini e per uomini, Euripide presta la sua voce alle donne, immagina un mondo in cui possano esprimere il proprio valore, la propria rabbia, la propria lucidità.
Il male si chiama Medea: la lettura di Seneca
Nella Medea di Seneca, la complessità del personaggio viene drasticamente ridotta: Medea diventa quasi pura incarnazione del male.
Non riflette, non esita; dall’inizio alla fine è dominata dall’ira e dall’odio. È la quintessenza della maga: sacerdotessa dell’occulto, esperta in ogni arte malefica. Nel preparare le vesti destinate a Creusa, la nuova moglie di Giasone, mescola erbe venefiche, uccelli di cattivo auspicio, il cuore di un gufo notturno e le viscere di una strige ancora viva, squarciata nel rito.
A petto nudo, i capelli sciolti, invoca il “popolo del silenzio”, le divinità degli Inferi e l’astro notturno; si incide le braccia con un coltello:
Abituati, mano, a versare sangue che ti è caro.
Dopo l’uccisione dei figli, si innalza nel cielo su un cocchio alato, trainato da draghi, in un Olimpo svuotato di dèi: nessuno interviene, nessuno giudica, nessuno consola.
Giasone, al contrario, diventa in Seneca una figura relativamente positiva, quasi passiva e costretta alle seconde nozze. La terribile sorte che lo colpisce diventa morale esemplare: è il prezzo del suo aver osato troppo, del viaggio verso l’ignoto, dell’abbandono del “sano mondo ristretto dei padri”, dell’età dell’oro semplice e frugale.
Quale fu il prezzo di un tale viaggio? si chiede il filosofo. E usa Medea come monito contro la hybris di chi oltrepassa i confini stabiliti.
Il volto moderno di Medea: Pasolini e Maria Callas
Il volto che forse resterà per sempre associato a Medea è quello di Maria Callas nel film di Pier Paolo Pasolini (1969).
Come la Medea del mito, anche la Callas era straniera: originaria di una Grecia contadina e povera, portava nel volto una bellezza arcaica, quasi scultorea. Diventata celebre nei teatri d’opera di tutto il mondo, nel 1969 era una diva al tramonto, ferita nella vita privata da un tradimento che riecheggia quello di Medea: l’armatore greco Onassis l’aveva lasciata per sposare Jacqueline Kennedy.
A quarantasei anni, Maria Callas era una dea decaduta, una maga del canto che stava perdendo la voce. Pasolini non ebbe dubbi: sarebbe stata lei la sua Medea. Scelse di cancellare del tutto la sua mitica voce — nel film Callas non canta — e le affiancò, nel ruolo di Giasone, un attore non professionista: bello, atletico, più giovane di vent’anni, con la vacua arroganza del bullo di quartiere.
Nel film, Medea-Callas è il volto di una civiltà arcaica e sacrale che viene inghiottita dalla logica utilitaristica del mondo “civilizzato” di Giasone. Ancora una volta, la straniera sacrificata, ammessa finché serve, abbandonata quando ostacola l’ascesa sociale dell’eroe maschile.
Medea oggi: l’archetipo che fa paura
Perché Medea continua a inquietarci più di ogni altra figura femminile del mito?
Perché viola il tabù assoluto: una madre che uccide i propri figli. Ma soprattutto perché non è folle, non è posseduta da una divinità, non agisce nell’accecamento. Medea è lucida. Sa esattamente ciò che sta facendo. È straniera, diversa per lingua, origini e cultura: la “barbara” che ha dato tutto per amore e che ora rifiuta di essere cancellata senza lasciare traccia. È anche la donna che denuncia con parole chiarissime la condizione femminile e che, nello stesso tempo, mette in scena la risposta più estrema e inaccettabile a quella condizione.
Medea resta un archetipo scomodo perché tocca questioni ancora profondamente attuali: la violenza che può attraversare le separazioni, l’uso e lo scarto delle donne quando non servono più a un progetto maschile, la rabbia di chi non trova uno spazio legittimo in cui essere ascoltato. Ma soprattutto Medea incarna la paura collettiva di una femminilità che non rimane docile, materna o sacrificale.
Non è un modello e non è un’eroina da imitare. È piuttosto uno specchio deformante e rivelatore, che mette a nudo una struttura in cui la donna può offrire tutto — il corpo, la patria, la famiglia, i figli — e restare comunque esclusa, respinta, privata di un luogo nel mondo.
Guardare Medea oggi non significa assolverla, ma avere il coraggio di sostare nella domanda che Euripide lascia aperta: che cosa accade quando una persona — donna, straniera, tradita — non trova più nessun luogo in cui il proprio dolore possa essere nominato, riconosciuto, ascoltato?
La risposta di Euripide è terribile: accade Medea.
E il fatto che, dopo 2500 anni, il suo nome continui a farci paura è il segno che quell’ombra, nel profondo, non è ancora stata pacificata.
Letture consigliate
Euripide, Medea
Seneca, Medea
Jean Anouilh, Medea
Christa Wolf, Medea. Voci

Il respiro del fuoco interiore
Siediti in una posizione stabile.
Porta le mani sull’addome, con i pollici ai lati dell’ombelico e le dita rivolte verso il basso.
Chiudi gli occhi.
Inspira lentamente dal naso, portando il respiro al centro del corpo.
Espira e lascia emergere un suono profondo, RAM, percependone la vibrazione nell’addome.
Continua così, senza forzare.
Ad ogni respiro, senti il calore che si accende.
Non un fuoco che distrugge,
ma una forza che trasforma.
Resta lì.
Nel centro.

