
Rielaborazione da: Alcesti di Giorgio De Chirico
Alcesti è la moglie ideale del mondo greco che accetta di morire al posto del marito, ma nel suo sacrificio convivono amore, dolore e una silenziosa richiesta di riconoscimento
Per il mondo greco, Alcesti è la moglie ideale; colei che controlla il proprio desiderio, governa la casa in modo irreprensibile, è dotata delle virtù della prudenza e della saggezza e pone la vita del marito al di sopra di qualsiasi altro bene, compresa la sua stessa vita.
Origini e mito
La figura di Alcesti affonda le proprie radici in un motivo folklorico ricorrente in tutta la mitologia, soprattutto nordica, in cui un sacrificio umano serve a salvarne un altro, spesso in cambio di un dono divino. In quelle fiabe, la morte arriva in un giorno inatteso, talvolta proprio nel giorno delle nozze, a reclamare la vita che le è dovuta. Ma, con uno scarto nel meraviglioso, l’eroe ottiene di continuare a vivere, a patto che qualcun altro accetti di morire al suo posto. Dopo il rifiuto di familiari e amici, è l’amata a offrirsi spontaneamente alla morte.
Alcesti e Medea
Al di là della tragedia che ne porta il nome, Alcesti compare anche nella Medea dello stesso Euripide come una delle figlie di Pelia, re di Iolco, dove erano giunti Giasone e Medea. Quest’ultima aveva convinto le sorelle di Alcesti a bollire il padre fingendo di volerlo ringiovanire. Lei sola aveva subodorato l’inganno e tentato di opporsi all’esperimento.
La versione euripidea: il sacrificio
Alcesti sposa Admeto, re di Fere, destinato a morire giovane. Apollo, riconoscente per l’ospitalità ricevuta, gli concede la possibilità di evitare la morte purché un altro si offra volontariamente al suo posto. I genitori di Admeto rifiutano; è Alcesti a proporsi, senza esitazione apparente. La tragedia, una volta tanto, è a lieto fine. Thanatos ha già portato Alcesti con sé, ma l’intervento di Eracle, per il quale è possibile anche l’impresa di vincere la morte, gliela sottrae e la riconduce alla reggia.
La rielaborazione di Euripide presenta una novità rispetto ai racconti popolari: l’enorme distanza temporale tra il momento della scelta del sacrificio, relegato tra gli antefatti, e il giorno della morte. Alcesti, convivendo a lungo con l’idea della morte, ha modo di apprezzare anche di più la vita dopo avervi rinunciato.
Nella prima parte del dramma, la sua figura attinge all’etica eroica dell’Iliade, soprattutto nella scena della vestizione: la sposa che si prepara alla morte come un guerriero epico che indossa le armi prima della battaglia.
La versione del Simposio
La versione di Platone, nel Simposio, è diversa da quella presentata da Euripide. In quel testo Alcesti non viene sottratta alla morte da Eracle, ma riportata in vita dagli dèi, colpiti dalla sua nobiltà. La morale è comunque la stessa. Alcesti è premiata per il suo gesto, per aver portato alle estreme conseguenze le virtù di cui dovrebbe essere dotata una moglie.
Oltre il mito della “brava moglie”
La tragedia euripidea mostra però un’Alcesti ben più complessa della maschera della sposa eroica. Dentro il sacrificio convivono obbedienza e rivendicazione, amore e dolore, dedizione e rabbia trattenuta.
Alcesti rimpiange la vita che perde: Buia la notte, mi striscia negli occhi. O figli, figli! Non avete più madre.
Riconosce l’assurdità della sua scelta: Ti ho onorato facendo in modo che vedessi la luce del sole a prezzo della mia stessa vita. E ora muoio per te, anche se avrei potuto non morire e sposare un altro tra i Tessali, a mio piacimento.
E non tace la sua richiesta, precisa e quasi implacabile: Ma tu ricorda di essermi grato per tutto questo, perché anch’io ti chiederò qualcosa, che certo non ha lo stesso valore (non c’è niente che valga più della vita), ma qualcosa di giusto, come riconoscerai tu stesso.
Ciò che chiede è semplice e terribile, Admeto non dovrà risposarsi: La matrigna, l’intrusa, detesta i figli di primo letto, è più velenosa di una vipera.
L’autorità della morte
Alcesti non è la donna che muore senza nulla chiedere. Nel sacrificio, prende la parola. Nella morte — l’unico terreno in cui le resta potere — detta le condizioni del futuro. Il suo gesto, apparentemente perfetto, è in realtà un atto complesso, ambiguo, umano: una forma estrema di amore, ma anche l’ultimo modo di affermare sé stessa.
L’unità simbolica di Eros e Thanatos
Le ambiguità messe in scena da Euripide e la densità simbolica del gesto di Alcesti hanno affascinato scrittori e poeti moderni. Tra questi, Rainer Maria Rilke le dedica una delle sue liriche più intense. Qui Alcesti appare già votata agli dèi dell’oltretomba fin dal suo primo incedere. Avanza con la leggerezza di un’ombra. L’offerta risoluta che fa di sé stessa al dio, comparso tra gli invitati al matrimonio, traduce in azione ciò che la giovane sposa sa implicitamente sulle nozze: che sono il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, una soglia che comporta sempre un congedo. Il distacco da una vita precedente diviene così una sorta di morte.
Tale è l’ultima immagine che ha Admeto della sua sposa bambina:
Una volta ancora egli vide la fanciulla, /il volto rivolto indietro, il suo sorriso/ chiaro come una speranza, splendente/ come una promessa di ritornare a lui/ dalla profonda morte, tornare adulta/ a lui, rimasto in vita.
Letture consigliate
Euripide, Alcesti
Eva Cantarella, L’amore è un dio
Rainer Maria Rilke, Poesie
Maria Pia Pattoni, a cura di, Alcesti. Variazioni sul mito

Il respiro della dedizione silenziosa
Siediti in una posizione comoda, con la schiena eretta.
Incrocia le braccia sul petto e porta ciascuna mano sotto l’ascella opposta, come in un abbraccio raccolto.
Senti il calore delle mani, il peso del corpo, il contatto con te stessa.
Chiudi gli occhi.
Respira lentamente dal naso, senza forzare.
Lascia che il respiro si distribuisca in modo naturale, equilibrando ciò che è più attivo e ciò che è più quieto.
Non c’è nulla da dimostrare.
Non c’è nulla da trattenere.
Solo restare.
Nel ritmo semplice del respiro,
nel gesto silenzioso che sostiene.

